Lettera di un cittadino: il 25 aprile

Inserito in data maggio 16 2010 da Leonardo Colombi

Proponiamo qui di seguito una lettera pervenutaci da parte di un cittadino e già inviata al sindaco in relazione alla giornata del 25 aprile. Ci auguriamo che possa essere motivo di discussione e dibattito, anche nell’ottica di comprendere meglio ciò che la cittadinanza si aspetta dall’amministrazione che gestisce il Comune ed in relazione alla storia nazionale in cui ci “identifichiamo”.

25 aprile 2010

Al sig. Sindaco
Comune di Trebaseleghe

Preg.mo sig. Sindaco

questa mattina ho vestito a festa i miei bambini, ci siamo vestiti tutti  a festa, come se fosse Natale, perché in un certo senso è Natale, e insieme ci siamo incamminati verso il centro, con lo spirito lieto e speranzoso di chi si attende musica e canti e gente unita insieme per condividere una stessa allegria, lo stesso ricordo, il medesimo compleanno.

Per la strada raccontavo ai miei bambini storie di guerra, di donne e uomini che si riunivano in montagna o in casolari di campagna organizzando azioni eroiche contro eserciti di invasori che volevano negare la libertà agli italiani. Raccontavo loro di come, per evitare che ci si riducesse ancora a non poter parlare liberamente, a non esprimere il libero voto alle elezioni, a trovarsi esclusi dal lavoro o dai negozi o dalla scuola o dai bus per causa della pelle, delle origini, delle idee, del credo, quegli stessi uomini che avevano combattuto contro i fascismi avevano provvisto l’Italia di una assicurazione sulla vita, una Costituzione, con tanto di organi di controllo per impedire che qualcuno togliesse dalla testa dei cittadini la corona della sovranità popolare, per impedire che qualcuno scrivesse leggi illiberali. E intanto cantavamo l’Inno di Mameli, quel canto meraviglioso che insegna che tutte le sventure degli italiani dipendevano dal fatto di non essere popolo, di esser divisi. Cantavamo anche Bella ciao, battendo le mani sotto il Ciao (Ciao! Ciao! Ciao!), come a me avevano insegnato ancora alla scuola materna e alle elementari.

Come tutte le belle storie, questa affascinava i miei bambini, che ormai non vedevano l’ora di arrivare in centro, vedere la bandiera inastata, il sindaco con la fascia tricolore ad armacollo, la banda, i ragazzi delle scuole di Trebaseleghe con i loro insegnanti (dopotutto è stato introdotto l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, e mi sembra ci sia anche il Consiglio Comunale dei Ragazzi), i fiori, magari i boccoli, come a Venezia, quando il giorno di San Marco si celebra la festa del boccolo.

Niente.

Niente di tutto questo davanti ai loro occhi, e ai miei, nemmeno un manifesto a ricordare la Festa della Liberazione, non la bandiera sull’asta, e il piazzale antistante il municipio occupato dalle auto, come a dire vediamo se di noi riesci a liberarti! Nemmeno, sembrava, un concittadino spaesato come noi a cercare una minima parvenza di celebrazione: niente all’auditorium, niente alle scuole, niente allo stadio. Niente.

Adesso non sapevo più cosa raccontare ai miei figli. Mi hanno forse preso per un bugiardo, per un visionario, per un esaltato. Chissà!

Sconsolato acquisto due boccoli per mia moglie e mia figlia, le vecchie immarcescibili tradizioni di un veneziano trapiantato lontano, che se le porta in tasca come un documento di identità. Anche la Festa della Liberazione è una carta di identità. Come tutti i documenti personali stanno in tasca anche agli immigrati, quelli del sud e del nord dell’Africa, o dell’est dell’Europa, che pur popolano il nostro territorio. Sono cittadini? In quali valori possono riconoscersi per tali?

Ieri a scuola raccontavo le stesse storie che ho raccontato ai miei figli stamattina. Gli occhi estasiati delle mie allieve senegalesi, rumene, kossovare, albanesi, camposampieresi, trebaselicensi (immagino cosa mi diranno domani: prof. noi siamo andate in centro come Lei ci ha suggerito, truccate e vestite a festa cantando Bella ciao, ma non abbiamo visto niente!) castellane, resanesi, vedelaghesi (magari qualcuna è stata Sua allieva alle medie), raccontavano della meraviglia di appartenere a un popolo che ha così sofferto e così combattuto; qualcuno ricordava forse le sofferenze delle proprie famiglie, così simili a quelle delle nostre, dei nostri padri, padri cattolici o socialisti o comunisti o liberali e poveri e ricchi e colti e rozzi, e belli e brutti e giovani e vecchi, e forse per davvero qualcuno di questi miei studenti si è sentito affratellato ai fratelli  d’Italia.

Ecco, caro sig. sindaco, e caro collega, cosa penso; penso che la Festa della Liberazione sarebbe stata, potrebbe essere, una carta da spendere per avere una cittadinanza unita e consapevole, unita non ostante le differenze, (hegelianamente si direbbe unione di unione e disunione). Io, almeno, e i miei figli, non ci siamo sentiti appartenere a Trebaseleghe, oggi, non come quando celebriamo la festa dei mussi, o quella dei camionisti, almeno.

Presto sarà  il compleanno della nostra Repubblica. La Sua amministrazione pensa qualcosa?

Riceva le espressioni di stima cordiale del Suo concittadino

Roberto Stradiotto

stradiotto [at] ymail.com


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One Response to “Lettera di un cittadino: il 25 aprile”

  1. mariella pesce scrive:

    Ho letto con piacere questa lettera ,pensando che purtroppo a Trebaseleghe le Feste del 25 aprile e del 2 giugno non sono mai state particolarmente sentite nè preparate .
    In questo particolare momento storico credo però che ricordare i valori legati alla nostra identità nazionale e al nostro percorso storico per essere una democrazia sia un dovere istituzionale verso se stessi e le generazioni future .

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